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8. Il contesto dell’immigrazione a Berlino: una città in crescita con opportunità crescenti per la persona qualificata.


Nel lungo processo di trasformazione iniziato al tempo dell’unificazione della Germania, Berlino ha modificato progressivamente la sua offerta di lavoro. Favorita da condizioni economiche propizie anche in termini di costi operativi per le imprese e da un costo della vita contenuto, la città ha potuto offrire un terreno adatto per nuove iniziative economiche e attrarre così in modo crescente persone dall’estero e dalla Germania stessa.

Nell’intervento precedente abbiamo mostrato come la creazione di nuove attività nel settore terziario, unitamente alla rielezione di Berlino a capitale di una Germania riunificata, abbia rappresentato la condizione principale per la sua rinascita economica. In questo intervento si cerca di specificare meglio i fattori che l’hanno favorita e, con essa, l’inversione del trend migratorio. L’attenzione è qui rivolta agli aspetti prevalentemente socio-economici. Altri fattori che non vengono qui considerati, quali l’offerta culturale e del tempo libero, in cui Berlino si distingue in modo particolare, nonché un’avvertibile tolleranza per la diversità, esercitano naturalmente una notevole importanza.

L’aumento dell’offerta di lavoro a partire dalla metà del decennio scorso è stato il motore più importante dell’immigrazione a Berlino, sia dall’estero sia dalla Germania stessa. Non solo, come mostra la tabella seguente (Tabella 8.1), il numero degli occupati è sensibilmente aumentato dall’inizio della ripresa economica di Berlino (+16% circa nell’ultimo quindicennio) permettendo un sostanziale “rientro” del tasso di disoccupazione che permane tuttavia su un livello tuttora elevato rispetto al resto della Germania e oltre al 10%, ma anche la quota della popolazione attiva ha subito un deciso incremento dal 65% nel 2003 al 74% nel 2013.

GRAFICO 8.1: Evoluzione della popolazione attiva e dell’occupazione a Berlino

Fonte: Destatis, Ufficio statistico di Berlino-Brandeburgo

Tra i fattori importanti che hanno favorito il rinascere dell’attività economica a Berlino sono la buona infrastruttura, tra cui una rete di trasporti pubblici capillare, e costi operativi per le imprese inferiori in genere non solo alla media nazionale ma soprattutto, in un confronto più omogeneo e indicativo, a quello delle altre città tedesche maggiori. La struttura favorevole dei costi ha funzionato da catalizzatore di nuove iniziative imprenditoriali.

La Tabella 8.1 mostra dati relativi al costo orario del lavoro in settori economici, scelti per la loro importanza per l’economia berlinese, in un confronto con la Germania e gli altri Länder-città, Amburgo e Brema. Sebbene un’indagine molto più approfondita e superiore allo scopo di questa serie di brevi articoli sarebbe necessaria per evidenziare in modo esauriente quanto qui si sostiene, i dati della Tabella 8.1 presentano un quadro abbastanza eloquente. Anche una città caratterizzata da uno sviluppo economico modesto quale Brema mostra costi del lavoro chiaramente superiori a quelli di Berlino, con qualche isolata eccezione legata a settori ove la capitale eccelle, come ad esempio quello dell’informazione e della comunicazione. Nei confronti, invece, di una città economicamente più dinamica come Amburgo la differenza dei costi raggiunge e supera in molti casi il 30%, in particolare nel segmento delle piccole imprese che impiegano tra i 10 e i 49 addetti.

TABELLA 8.1: Costo del lavoro orario

Fonte: Destatis

Avendo perso quasi integralmente, con l’ultimo conflitto e la successiva divisione del paese in due zone, la presenza delle grandi imprese industriali e finanziarie e quindi buona parte del proprio tessuto produttivo, Berlino difficilmente avrebbe potuto contare, una volta riunito il paese,  su di un ritorno massiccio del grande capitale.

Una conferma indiretta che siano le piccole e medie imprese, a parte settori pubblici o semi-pubblici quali l’istruzione e la sanità, ad aver contribuito in forte misura all’aumento dell’occupazione è dato dall’aumento del numero delle società. Come la Tabella 8.2 mostra, nei cinque anni dal 2006 al 2011 queste sono aumentate del 10% circa contro valori vicini al 2,5% nel resto della Germania, ovvero del 3% circa all’anno tranne nel periodo di stagnazione dei due anni di crisi economica acuta 2009-2010. Berlino, che ha potuto anche beneficiare di una politica economica locale favorevole attraverso l’impegno di strutture finanziarie dedicate,  ha contribuito per ben il 16%, ovvero in misura pari a quattro volte la sua incidenza in termini di popolazione, all’incremento totale del numero in Germania delle imprese nel periodo considerato. È interessante notare che l’aumento del numero delle imprese registrate a Berlino riguarda quasi esclusivamente il settore dei servizi, ammontando quello relativo all’industria a solo a cinque unità su un totale di più di 15mila.

TABELLA 8.2: Numero di imprese registrate
Fonte: Destatis

La statistica degli occupati mostra l’evoluzione verso la terziarizzazione in modo ancora più evidente di quella relativa al valore aggiunto (vedi Tabelle 7.1 e 7.2 in un precedente intervento). Gli addetti del settore “industria” scendono in percentuale dal 27% all’inizio del periodo di osservazione al 12,5% nel 2012. Differenti movimenti di prezzo e della produttività nei vari settori economici danno un quadro leggermente modificato rispetto alla statistica del valore aggiunto. Permane tuttavia l’informazione che principalmente i settori dei servizi relativi al turismo e ristorazione, informazione e comunicazione, servizi e consulenza a società nonché quelli relativi alla salute e all’arte e spettacolo hanno assorbito l’incremento dell’occupazione nel periodo 2008-2012 (ovvero il 70% circa). Interessante è anche notare il forte aumento degli occupati autonomi, in parallelo all’espansione del settore terziario. Altri fattori possono però qui incidere tra cui la disoccupazione mascherata, soprattutto nel periodo immediatamente successivo all’unificazione allorché il tasso di crescita degli occupati autonomi fu particolarmente sostenuto.

TABELLA 8.3: Addetti in migliaia dei vari settori economici a Berlino

Fonte: Ufficio statistico di Berlino-Brandeburgo

Guardando invece le vicende berlinesi dall’altra parte, ovvero con l’occhio di chi vi immigra o di chi già vi abita, occorre infine osservare che il ridotto livello del costo della vita a Berlino rispetto ad altre maggiori città tedesche sembra aver rappresentato un importante fattore di richiamo dell’immigrazione. Berlino rappresenta singolarmente una capitale “a buon mercato” nel contesto europeo, almeno per ora e per qualche tempo ancora.

Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, è purtroppo difficile trovare dati che permettano un confronto diretto del costo della vita tra i vari centri urbani tedeschi, fornendo gli uffici statistici federali e locali quasi unicamente indici temporali tra loro non confrontabili. Facendo di necessità virtù e ricorrendo ai dati di Unicum.de quale indicazione per la popolazione intera dei consumatori, la Tabella 8.3 mostra un confronto delle stime dei costi medi che uno studente universitario mensilmente sostiene nelle principali città universitarie tedesche. Come si vede, Berlino si pone alla fine della scala tra le città più grandi, occupando solo il 53 posto tra le città più care.

 TABELLA 8.3:  Stima della spesa mensile per uno studente universitario – anno 2014

Fonte: Unicum.de

La situazione tuttavia è in fase di cambiamento progressivo , portando la crescita economica di Berlino anche una maggiore inflazione rispetto al paese come mostra la seguente Tabella 8.4.

TABELLA 8.4: Confronto del tasso di inflazione – prezzi al consumo

Fonte: Destatis, Ufficio statistico di Berlino-Brandeburgo

Un fattore importante che contribuisce ad aumentare il tasso di inflazione berlinese è rappresentato dal costo della locazione degli appartamenti, come mostra la Tabella seguente ove, per evidenziare meglio il fenomeno, si fa riferimento ad appartamenti di media dimensione e di nuova locazione, non tenendo conto quindi degli appartamenti già locati in considerazione della maggiore vischiosità del loro canone. Anche qui il costo a Berlino è inferiore che altrove, ma le differenze si riducono progressivamente. Stante l’insufficiente attività costruttiva rispetto all’aumento della domanda, è anche bene ricordare che anche i prezzi di acquisto degli immobili a fini abitativi sono a Berlino fortemente in aumento.

TABELLA 8.5: Costo per metro quadro dell’affitto di un appartamento di 100 m2 – nuova locazione

Fonte: wohnungsboerse.net

Vi sono infine altri elementi che compongono l’immigrazione a Berlino e tra questi uno importante è l’arrivo di studenti in cerca di miglioramento del proprio curriculum di studio. Cercheremo di analizzare questo aspetto, che esula fondamentalmente dal presente tema, in un altro intervento.

Dai dati statistici e dalle considerazioni sopra esposte si può concludere che una città come Berlino offra opportunità sempre più ridotte rispetto al passato a chi ha una scarsa qualifica professionale. Sebbene sbocchi tradizionali che non richiedono particolare specializzazione siano ancora riscontrabili nella ristorazione, l’edilizia e la distribuzione al dettaglio,  Berlino, come il resto della Germania, cercherà sempre di più un’immigrazione qualificata che sia da sostegno al suo sviluppo economico e sociale, compensando una mancanza crescente, dovuta a ragioni prevalentemente demografiche, di tecnici e professionisti.

La Redazione

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5. Il contesto generale dell’immigrazione in Germania

L’immigrazione in Germania ha mostrato un andamento vario caratterizzato da picchi corrispondenti al periodo del miracolo economico, alla caduta della cortina di ferro e all’ultima crisi economica. I movimenti migratori delle diverse comunità avvengono in maniera sfasata e, per certi versi in modo concorrenziale. L’aspetto positivo è che la maggiore mobilità corrisponde anche a una maggiore apertura della società.

In questo intervento si vuole dare un breve quadro generale del fenomeno dell’emigrazione in Germania a partire dal secondo dopoguerra in modo da permettere una migliore comprensione dell’emigrazione italiana in un contesto più ampio.

Il grafico 5.1 mostra l’andamento migratorio in Germania a partire dal 1950. Si possono distinguere quattro periodi principali facendo riferimento alla scheda della crescita del prodotto interno lordo. Il primo coincide con il periodo del miracolo economico che, superata la caduta della congiuntura economica a metà degli anni sessanta, termina all’inizio degli anni settanta con il primo shock petrolifero (novembre 1973). Questo è il periodo del ricorso alla manodopera straniera nelle fabbriche al fine di ovviare a una penuria di risorse umane e quindi, con l’eccezione della detta caduta a metà degli anni sessanta, di progressivo aumento dell’imigrazione. Il secondo periodo, caratterizzato da un andamento economico più incerto caratterizzato da una “ Stagflation ” intermittente, copre quasi venti anni fino alla caduta della cortina di ferro che aprí le porte a un’ondata di immigrazione dall’est europeo in coincidenza con l’unificazione tedesca. Il periodo seguente, il terzo, fu caratterizzato da forti scompensi nell’economia causati anche da impegni finanziari crescenti per lo stato tedesco in dipendenza della ricostruzione nelle regioni dell’ex-DDR. La bassa crescita economica ridusse la forza d’attrazione della Germania che vide un riflusso parziale verso i paesi di origine delle comunità straniere (vedi anche grafico 5.3). Il quarto periodo si è aperto con la recente crisi economica cominciata alla fine del 2007. Tale periodo è caratterizzato da un ritorno vivace dell’immigrazione sostenuto fondamentalmente dal differenziale di crescita economica tra la Germania e altri paesi europei più che dal tasso di crescita tedesco in sé che permane su livelli modesti.

È significativo osservare che l’aumento del flusso migratorio del quarto periodo avviene in controtendenza, ovvero in una situazione di quasi stagnazione economica al contrario di quanto avvenuto nei periodi precedenti. Ciò induce a pensare che siano stati il differenziale di crescita, malgrado la modestia della “performance” economica del “primo della classe”, e il deciso peggioramento della situazione sociale nei paesi più deboli a causare l’impennata dei flussi migratori.

Grafico.5.1. Movimenti migratori in Germania a confronto con lo sviluppo del PIL.Fonte: Destatis – PIL calcolato a prezzi costantiFonte: Destatis – PIL calcolato a prezzi costanti

Il grafico 5.2 mostra i saldi migratori di tre delle maggiori comunità estere in Germania, ovvero di quella turca, polacca e italiana. Come si può agevolmente constatare, la scomposizione nei movimenti di singole comunità mette in luce come il movimento globale sia la somma di onde di immigrazione sfasate nel tempo, ove la sfasatura dipende principalmente dalla situazione economica del paese di origine, che appare quindi essere il primo vero motore dei movimenti migratori. All’onda dell’immigrazione italiana che si calma progressivamente a partire dalla metà degli anni sessanta in corrispondenza del maggiore benessere raggiunto in quell’epoca dal nostro paese seguono quelle ancora più robuste dalla Turchia, a partire degli anni settanta, e dalla Polonia. L’impennata della curva del saldo migratorio dalla Polonia rende plasticamente l’effetto causato dalla disintegrazione del blocco sovietico alla fine degli anni ottanta. Anche la comunità turca, come quella italiana in precedenza, mostra una evidente riduzione della dinamica nel tempo del flusso migratorio da mettere in relazione con le migliorate condizioni economiche del paese di origine.

Occorre infine osservare che si può immaginare un certo effetto di sostituzione tra i vari flussi in ragione del costo relativo della manodopera quale fattore che contribuisce allo sfasamento temporale a cui si accenna sopra.

Grafico.5.2. Saldo migratorio delle comunità estere più rappresentative in Germania.Fonte: Destatis, 2014.Fonte: Destatis, 2014.

L’andamento relativo alle singole comunità può essere classificato, sulla base dei dati quantitativi statistici, secondo una tipologia che distingue tra le seguenti origini:

– Paesi europei  di vecchia immigrazione (paesi mediterranei, in prima linea)
– Paesi di immigrazione più recente (Asia minore ed est europeo)
– Paesi di immigrazione di “occasione” (altri paesi di lingua tedesca, nord Europa)

Grafico.5.3. Comunità originarie di paesi mediterranei.Fonte: Destatis, 2014.Fonte: Destatis, 2014.

L’andamento delle curve dei paesi mediterranei presenta caratteristiche comuni, tra cui il raggiungimento di un plateau all’inizio degli anni settanta a cui fa seguito un periodo altalenante con l’eccezione della Spagna che mostra uno sviluppo chiaramente riflessivo fino all’inizio della presente crisi economica. Occorre inoltre tenere conto, in particolare per l’Italia e la Grecia, di una correzione negativa dei dati nel 2004 a seguito del censimento condotto nel 2001. È bene anche ricordare la sottostima, nelle statistiche federali di Destatis, della recente ripresa dell’immigrazione da paesi EU per le ragioni esposte nell’intervento 3 che tratta dei processi di registrazione dei dati statistici.

Grafico.5.4. Comunità originarie di paesi dell’est europeo e della Turchia.Fonte: Destatis, 2014.

Fonte: Destatis, 2014.

Il quadro del secondo gruppo presenta uno sviluppo fondamentalmente differente a quello del primo. Mentre le curve dei paesi dell’ex-blocco sovietico mostrano un andamento simile e sostanzialmente progressivo con un’accelerazione negli ultimi cinque anni, la Turchia e la ex-Jugoslavia seguono un’evoluzione difforme. Mentre la comunità turca fa vedere, dopo un lungo periodo di crescita sostanzialmente costante, una sensibile riduzione lineare a partire dalla fine degli anni novanta , i dati dei paesi ex jugoslavi recano l’impronta puntuale di traumi quale lo smembramento dello stato centrale.

Grafico.5.5. Comunità originarie di paesi del nord Europa e paesi di lingua tedesca.Fonte: Destatis, 2014.Fonte: Destatis, 2014.

L’andamento generalmente positivo delle curve relative al terzo gruppo di paesi sembra suggerire una spiegazione legata a un incremento generale della mobilità in seguito all’apertura progressiva delle società europee al contributo di risorse umane da altri paesi. L’emigrato non fuggirebbe da una situazione difficile nel proprio paese, come è il caso prevalente dei primi due gruppi, ma perseguirebbe in generale opportunità più favorevoli per il proprio futuro.

Non sarebbe quindi un caso che anche il saldo migratorio in Germania della popolazione di cittadinanza tedesca sia negativo. Secondo le statistiche di Destatis, nel periodo 2008-2013 circa 880mila persone hanno lasciato la Germania, ovvero circa 197mila persone (pari al 22%) in più di quelle che vi hanno fatto ritorno. Pur tenendo conto che una parte dei movimenti migratori si riferiscono a tedeschi con Migrationshintergrund (con “componente migratoria”; tale gruppo include anche le persone che hanno acquisito la cittadinanza tedesca, sovente quale doppia cittadinanza) il riferimento a una maggiore apertura e permeabilità della società appare, in attesa di migliore riscontro, una spiegazione plausibile.

La Redazione

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